Il catalogo "DARE L'ANIMA"
La mostra itinerante Baracca e Burattini è accompagnata e impreziosita da un libro-catalogo, a cura di Emanuele Rozzoni, con una nota storica di Francesco Chiari, interviste a Daniele Cortesi, Danilo Pedruzzi e Paolo Jamoletti. In allegato al libro il DVD del documentario Fuori e dentro la baracca.
In questo modo Baracca e Burattini affronta una sfida in più, diventando un progetto di distribuzione – anche cinematografica – indipendente, che punta a una strategia alternativa, dal basso, andando a cercare e ad incontrare la gente per le strade e nelle piazze.
Con una donazione minima di 20 € è possibile sostenere il progetto di BARACCA E BURATTINI e ricevere una copia del catalogo DARE L'ANIMA, con allegato il DVD del documentario FUORI E DENTRO LA BARACCA (spese di spedizione incluse)
Il libro che avete fra le mani non è solo il catalogo della mostra itinerante Baracca e Burattini. Il libro che avete fra le mani – introdotto da una nota storica di Francesco Chiari – racconta, attraverso interviste, fotografie e un documentario, la storia di tre sguardi. Quello, innanzitutto, di Daniele Cortesi, su se stesso, sul proprio mestiere, sulla propria vita: lo sguardo di un burattinaio. Poi quello, fotografico, di Danilo Pedruzzi sui burattini di Daniele: uno sguardo in bianco e nero, per una storia di sguardi animati. E infine quello, cinematografico, di Paolo Jamoletti sul burattinaio, i suoi spettacoli, il suo pubblico: lo sguardo su tutto cio che succede fuori e dentro la baracca. La storia di tre sguardi insomma, per un ritratto a tutto tondo di un uomo, di un mestiere, di un mondo.
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Rigore, essenzialità, onestà, libertà, generosità. Ecco dunque il filo rosso che percorre la storia di questi tre sguardi. Un tracciato di parole che oggi suonano come retoriche, svuotate perché abusate. Ma che se vissute nella loro verità, se assunte come cifra del proprio sguardo, diventano la forma più radicale di critica al mondo in cui viviamo.
Quello che ora si chiede allo spettatore e al lettore, è di donare a questa storia di tre sguardi uno sguardo in più, e decisivo. Il suo. Il vostro.
Emanuele Rozzoni, da Storia di tre sguardi, nota introduttiva al libro-catalogo
Piaccia o non piaccia, il teatro dei burattini – come del resto tutto il teatro popolare, dalla rivista all’avanspettacolo – è molto spesso trattato alla stregua di un lontano parente campagnolo che cerchiamo di tenere il più lontano possibile giacché la sua sola presenza ci squalifica, o meglio ci costringe a tornare coi piedi per terra abbandonando le nostre rarefatte astrazioni.
Il sommo vignettista Giuseppe Novello aveva già fulmineamente individuato quest’aspetto in due suoi impagabili capolavori di grafica: la prima vignetta si definisce fin dal titolo, Il parentado in passerella, e nella didascalia commenta: «Si rivela assolutamente impossibile escludere dalla cerimonia nuziale zia Clara che parla unicamente il bergamasco». La seconda invece, ambientata in una ridente località marina, proclama nel titolo Declassate! e nella didascalia: «è arrivato lo zio Cecco», raffigurato come il tipico contadino orobico, con cappello in testa, giacca sul braccio, pantaloni sformati e retti da consunte bretelle, postura modellata dal lavoro nei campi, insomma con un atteggiamento “paesano” maledettamente stonato in un posto che vuole essere “di lusso”.
La stessa situazione, a pensarci un attimo, si crea nella baracca del burattinaio quando la maschera va ad intrufolarsi nelle trame auliche dei personaggi nobili smontando impietosamente, con la deformazione linguistica o l’azione brutalmente popolaresca, tutte le decorazioni barocche e tutti i lustrini verbali, per mostrare come sotto i paludamenti solenni siamo tutti fatti allo stesso modo.
Francesco Chiari, dalle Note storiche, serie e divertenti, sul teatro popolare dei burattini
«Il teatro dei burattini nasce come espressione del mondo contadino, quindi parlare di teatro dei burattini significa parlare di noi, della nostra storia ed anche di che cosa siamo diventati oggi. Un passato rimosso, in un certo senso, di cui quasi ci si vergogna. Ma non mi interessava fare un lavoro nostalgico o parlare dei “bei tempi andati…”. Il punto di partenza di questo documentario è stato il fatto di vedere oggi gli spettacoli di Daniele Cortesi pieni di un pubblico vitale e variegato, bambini, adulti e anziani. Da lì mi è venuta voglia di seguire Daniele nei paesi, nelle piazze, negli oratori durante i suoi spettacoli. I bambini, per esempio, sono già catturati dalla tecnologia fin da piccolissimi ma agli spettacoli dei burattini si divertono come matti. Mi ha incuriosito, mi sono chiesto perché, come è possibile e seguendo quest’idea mi sono messo a lavorare».
dall'intervista a Paolo Jamoletti, regista, autore del documentario Fuori e dentro la baracca
«Vedendo sempre i burattini nel teatrino, oppure nel baule appoggiato fuori dalla baracca, ho sentito come un richiamo. Ho sentito che potevano esprimere qualcosa di diverso se messi al di fuori del loro ambito consueto, dal boccascena dove sono vivi e animati, o dal baule dove sono legno e stoffa, inerti. Questa mia convinzione nasce probabilmente dal fatto che ho visto e documentato parecchi spettacoli nei quali ogni burattino ha una sua personalità. La sfida è stata quella di far esprimere tale personalità anche al di fuori del contesto dello spettacolo e della baracca, in un ritratto che ne rivelasse la bellezza e l’espressività.
Così un giorno ho detto a Daniele: «Mi piacerebbe fotografare i tuoi burattini, ma come se fossero persone». All’inizio mi ha prestato qualche vecchio burattino, di quelli che aveva ereditato e che non usava nella baracca. Ma non sono riuscito a fare con loro cio che volevo. Non li avevo visti vivere, non li avevo visti animati. Tutto è cambiato quando Daniele mi ha portato i burattini che avevo sempre visto dar vita ai suoi spettacoli. Conoscevo la loro anima, e ho cercato di fotografarla».
dall'intervista a Danilo Pedruzzi, fotografo, autore della mostra Sguardi animati
«Alla schiacciante potenza dei moderni mezzi di comunicazione come cinema, televisione, play-station, Internet e quant’altro di tecnologico, ho contrapposto la grande forza comunicativa e coinvolgente del teatro popolare. Al diluvio di immagini e suoni della moderna tecnologia, ho contrapposto il piacere dell’ascolto di un racconto, la magia del teatro di animazione. Agli eroi inarrivabili dei film, ho contrapposto l’eroe semplice e genuino di Gioppino. Alla solitudine con cui si fruiscono i nuovi divertimenti mediatici ho contrapposto la gioia ed il piacere di condividere insieme emozioni e risate.
In definitiva, ho creduto nel teatro dei burattini che ad un’asettica realtà di celluloide contrappone una rappresentazione concreta fatta di voci, suoni, rumori, odori, dove protagoniste sono delle semplici teste di legno che pero, con la loro genuinità, la loro comicità e la loro simpatia sanno trasmettere una verità di sentimenti e di emozioni forti. Grazie all’empatia che si crea con essi, si condividono anche i loro valori semplici ed universali: l’amicizia, l’amore, la solidarietà e la giustizia».
dall'intervista a Daniele Cortesi, burattinaio